IL CONTROFUMETTO .4



Il fumetto non ha una casa.

Va bene che il "nomadismo" concede qualche libertà, a volte, e può dare la possibilità di cambiare forma, provare nuove strade e trovare nuovo pubblico, però è possibile anche che porti a perdere il pubblico raggiunto, non permetta l'evoluzione delle strade già battute e costringa a certe prigionìe.

I fumetti, a parte la loro evoluzione plurimillenaria non ufficializzata, si sono imposti come "media di massa" sui quotidiani in formato di striscia e di tavola poi sono diventati comic-book inaugurando la via delle storie brevi e poi ancora graphic-novel avviando "commercialmente" la già avviata strada della storia lunga in modalità romanzo.

Questo a cosa ha portato?

Ha portato i lettori di volta in volta "nuovi", generazione dopo generazione, a considerare fumetto un certo tipo di fumetto e ha portato alla fatica di leggerne altre forme.
Chi può negare che oggi, nell'era del romanzo-grafico, la maggior parte della gente fatichi a leggere strisce fumettistiche? Ovvio, ce ne sono sempre meno, quindi è pure difficile trovarle, ma adesso tanta gente che ha sempre letto fumetti dice di leggere solo graphic-novel, e tra questi ci sono anche autori, sceneggiatori e disegnatori.
Insomma, nel tempo i fumetti hanno cambiato non solo forma ma anche dimensioni: le strisce, le gigantesche tavole autoconclusive, i libri "da libreria" che cercano di stare sulle mensole delle librerie, ecc...
Se questo, da un lato, ci ha mostrato molte possibiltà del linguaggio, dall'altro ci mostra ogni giorno come tutto questo sia difficilmente trasformabile in mercato.

Il mercato è importante, fondamentale e fondativo, perché i fumetti non sono quadri o opere d'arte in genere che godono della loro nicchia di collezionisti con-i-soldi, il fumetto è una roba che si vende alla gente, come tutto quello che è uscito vivo dall'era delle comunciazioni di massa.

I fumetti, che non stanno più sui quotidiani da un pezzo, che non vengono più prodotti né in strisce né in tavole, ora si vendono in volumi. Le poche cose che non sono romanzi-grafici si vendono comunque in volumi. Non ci sono alternative. Ora il fumetto in Italia usa come casa la liberia. Ma la libreria non è la sua casa, è la casa della letteratura, in forma di libri di piccolo formato, perché le parole non hanno bisogno di essere stampate in grande.
L'editoria fumettistica sforna opere tipografiche variegate, semplici o innovative, a volte straordinarie, con formati semplici o assurdi, con finture da virtuosi della tipografia, volumetti che sviluppano le strade del miniaturismo medioevale da un lato e della cartellonistica di propaganda novecentesca dall'altro, con tutta la gamma di mirabilie compresa nel mezzo, però in libreria non funzionano, perché le mensoline delle librerie contengo i libri letterari, spesso semplici supporti per fiumi di parole, e lì sta il bello della letteratura, che può davvero permettersi di cambiare fogliatura e formato senza che ne sia intaccata la sostanza.


Il settore fumetti, in libreria, è sempre un'oscenità per gli occhi, con quelle esposizioni sgraziate di materiale eterogeneo: grandi volumi sdraiati accanto a fieri librettini verticali, costine imponenti, cubitali, con titoli arroganti e autoritari o fascicoli senza costine che si disperdono in una battaglia formale che non possono vincere, volumi con scritte gentili o con vesti grafiche che fagocitano magicamente i caratteri testuali più disparati, serie rigorosamente incompiute di volumi quasi uguali e migliaia di volumi unici che combattono tra loro in una royal-rumble contemporanea che farebbe demordere il più agguerrito archeologo del cetaceo. Simili nefandezze si vedono solo, qualche volta, nel settore fotografia, in quello artistico genericamente (che anche quello è sempre osceno ma per altri motivi) ma perfino il settore bambini è paradossalmente più comprensibile!

Il nomadismo, voglio dire, è una brutta bestia. In prospettiva. Indietro e avanti.

Ora è tutto così scoordinato ma quando le graphic-novel non saranno più il piccolo-medio-piccolo fenomeno che sono ora e la "forma" dei fumetti cambierà ancora, tutto il pubblicato non sarà più perpetuabile, così come è successo a tutte le storie brevi dei nostri anni settanta o a tutte le tavole singole degli anni cinquanta o a tutte le strisce sparse quà e là per le dimensioni del tempo.

Le musiche di sempre, con tutte le limitazioni constestuali, una volta pubblicate possono in qualche modo essere ascoltate per molto tempo, variando il supporto e non il formato della musica; i film, con le loro minime capacità di mantenimento in pellicola e quindi le loro vastissime limitazioni, possono comunque essere fatti passare in formati diversi senza che cambino sostanza e si possono vedere al cinema, in televisione e su qualunque altro schermo; parlando di libri, insomma, noi possiamo ancora leggere facilmente la Divina Commedia, che pure è una roba vecchiotta, eh, e la possiamo trovare in qualunque libreria in qualunque formato desideriamo, dai più moderni ai più antichi senza che ci sembri per forza una "forma" fisica antiquata o inadeguata; cacchio, ma se io volessi leggere le opere delle bestie tanto geniali delle famose rivistone d'autore dovrei forzatamente spulciare tra le anticaglie o l'usato, a parte qualche lodevole riedizione odierna che per forza di cose è pubblicata in volume antologico e me la restituisce "esteticamente decontestualizzata", costringendomi ad un lavoro di filologia mostruosa per comprendere le logiche di un mondo atlantideo che non esiste più, per non parlare della voglia che potrei avere di leggermi le fichissime tavole di Sto de Il Signor Bonaventura di cui possiamo anche evitare di parlare.



Con che coraggio può, un autore, pensare di inserirsi nella storia del mondo facendo cose che appena fatte già puzzano non di vecchio (poiché il fumetto in sé non invecchia, per i neuroni umani, è troppo figo) ma di antico?

Qua non si tratta di andare in cappella Contarelli a Roma a vedere le storie di Matteo di master Caravaggio, si tratta di limiti tecnici inesorabili di un linguaggio o una disciplina nomade che non ha ancora trovato il modo di essere astrattamente eterna!


IL CONTROFUMETTO .3

"La scala delle possibilità" separa il fumetto dalla letteratura attraverso un numero inimmaginabile di scalini. L'esempio estremo, nondimeno grottesco, insensato e fuoriluogo è il seguente:

Uno dei fumetti che è riuscito ad avere più notorietà, nella storia del mondo, è senza dubbio Persepolis (Marjane Satrapi).

Uno dei libri che ha avuto più notorietà, invece, è la Bibbia (AA VV).

Questa è una cavolata, ovvio, però è anche vero.

Ok, parliamo di Italia.
I libri di narrativa scritta "andati bene", quindi non dei successoni, hanno un'eco sociale superiore alla maggior parte della narrativa fumettistica "di successo".
Sui giornali, nei salottini vari, al telegiornale, nei giornali, nel web, siccome siti di informazione letteraria ce ne sono maree e di informazione fumettistica una decina (e anche lì, i numeri delle utenze sottostanno alla medesima "scala delle possibilità").
Se Persepolis ha venduto molto bene ed è riuscito anche a far parlare di alcune cose che ha introdotto ed è riuscito ad essere un fumetto che quasi chiunque può leggere con facilità, bisogna dire che c'è da esser contenti, però Persepolis è "un caso". "Il caso", fumettisticamente parlando. Più di così, nella storia del fumetto, c'è poca roba, in termini di opere che sono uscite dal loro ambito e hanno dato il loro contributo al mondo aldilà dell'essere o meno fumetti.

Perché di questo si tratta.
Una cosa è parte della società quando prende il suo posto in società. Matrix è uscito dal concetto di "cinema", così come i Beatles o Vasco Rouge non sono "solo musica", lo stesso dicasi per i 100 colpi di spazzola o Gomorra e altre cose. Questo capita quando il linguaggio usato è il supporto scelto per parlare d'altro. Ad un livello diverso, c'è Persepolis. Ma....
Maus, in quante bibliografie dedicate all'olocausto sarà presente, assieme a Primo Levi e il resto? E i "protocolli " eisneriani? E chi conosce, in Italia, i romanzi-di-formazione di Gipi, uno dei più importanti nostri autori contemporanei?

Un conto è fare fumetti. Altro conto è far parte del mondo.
Un conto è scrivere romanzi. Altro conto è far parte del mondo.
Un conto è fare film. Altro conto è far parte del mondo.
Un conto è cantare. Altro conto è far parte del mondo.

In più, la maggior parte della gente che si occupa di fumetto in Italia non si può certo definire "Marketer". Questa storia della passione verso i fumetti e del chissenefregadeisoldi-è- unsogno-che-ho-da-sempre non è molto produttiva nè particolarmente emancipante. Ma su questo ci torniamo, che è roba calda.


I fumetti, qua da noi (poiché di là da loro non so mica), sono stampati da piccole case editrici, sono distribuiti poco e male. Se arrivano in libreria finiscono tra le bambinate e le comicità varie, hanno prezzi simili ai libri letterari ma costano molto ma molto di più solo che non ci si può lucrare perché manca il pubblico con i soldi, non attirano gli interessati ai temi che propongono perché non sono integrati con i settori delle librerie ma sono "tra i fumetti", ecc ecc...

E questo perché?
Senza piangersi addosso, ci sono dei motivi. Perché i fumetti faticano così tanto per poter finire tra le mani di uno splendido lettore Qualunque e tra le splendide, qualunquiste, voci della gente?


Come si può pensare, quindi, di poter veramente dare il proprio contributo all'evoluzione dell'intrattenimento, della chiacchiera e del qualunquismo umano, occupandosi di fumetto?

IL CONTROFUMETTO .2


Parlando con Giacomo, giorni fa, è saltata fuori la definizione ideale (l'ha detta lui) per indicare quella che, secondo me, e non secondo lui (non gli si attribuisca roba che non ha detto, eh!), è l'inefficenza suprema: IL FUMETTO NON BUCA LO SCHERMO.

L'inefficienza non è una buona cosa, secondo me. In termini di necessità evolutive. Efficienza ed efficacia rendono leggere le conquiste raggiungte e da raggiungere.

Il controfumetto si svolge, punto per punto, all'insegna di ciò. Aldilà della passione, dell'amore e della consuetudine verso il fumetto, i fumetti e le parole che ne ruotano attorno.

Quindi, in primo luogo, è da dire che il fumetto, in Italia, non sa parlare alle masse, non sa parlare alle nicchie (di intellettuali, di disegnatori, di bibliofili, ecc..) e fatica a parlare con i singoli, gli individui, quegli esseri vivi che si svegliano ogni giorno e mangiano e parlano e scambiano opinioni con altri individui, perché:

- E' una roba di nicchia. Lontana dalle masse, o anche solo dalle moltitudini.

- Ha la "sua" nicchia.
Cioè non gode, che so io, della curiosa nicchia degli intellettuali umanisti che si sentono fighi nel seguire manciate di nicchie, o della fagocitante nicchia dei collezionisti dell'oggetto cartaceo che va dal libro al giornale e al fumetto giunge solo quando si tratta di fumetto d'epoca e quindi legato a questioni nostalgiche. Non ci sono collezionisti di fumetti in corso di pubblicazione che ne fagocitano ogni tipo come invece magari accade per il cinema o altre cose.
La nicchia del fumetto è "la nicchia del fumetto" e non ha rilevanti contatti con il resto del mondo. Quando li ha (non senza fatica) non figliano, nulla.

Alcuni casi isolati (tra autori e lettori) sono l'eccezione che, faticosamente, conferma il tutto.

- La maggior parte dei singoli individui non sa leggere i fumetti.

Inoltre, visti i tempi di fruizione di cui un fumetto necessità, difficilmente un individuo medio vi si può dedicare (come autore e come lettore), perché i tempi quotidiani necessitano di cose da fruire più semplicemente.

Come si può pensare, quindi, di poter veramente dare il proprio contributo all'evoluzione del pensiero, della comunicazione e dell'attività umana, occupandosi di fumetto?

Il fumetto non buca lo schermo, quindi. Per questo motivo non gli si può dedicare troppa aspettativa e non si può pensare che possa servire ad un normale processo di evoluzione sociale.

I "casi" editoriali più grandi del mondo-del-fumetto dimostrano che la maggiore risonanza che un discorso-veicolato-da-un-fumetto può raggiungere è minore delle piccole o medie risonanze che un discorso può ottenere se svolto attraverso altri canali. Ci torniamo, su questo, ma intanto lo accenniamo.

Se si vuole parlare di qualche cosa ad un po' di gente per "aprire" maggiormente un discorso è impossibile farlo attraverso un lavoro fumettistico.

IL CONTROFUMETTO .1

"Il controfumetto" è una citazione solo etimolgica de "Il controdolore", del Palazzeschi più leggero e scaltro.

Dove si parla di povertà, senza intendere la povertà economica, e si parla di linguaggio, di società, di corpo e di ovvietà stratificate.

. . . . . .

Per quali motivi è Insano, Illogico e Poco Raccomandabile occuparsi di fumetto oggi in Italia?

Io lo faccio, lo so.
Me ne occupo parecchio e in maniera crescente. E' proprio per questo che vorrei tentare di convincermi a smetterla, perché per troppi motivi mi sembra non sia cosa buona. O meglio, più che smetterla, cambiare il movente per cui lo faccio.

Perché ho 25 anni e sono già stanco di tanti aspetti di questa roba e di tante possibili prospettive della roba stessa. Quindi, ho deciso di fare il punto nero su bianco (a meno che non decida di cambiare il colore del blog).

In qualunque post vi troverete, però, non bisogna dimenticare che io amo i fumetti, da molto, e che io continuo ad amarli, perché il problema non è tra me e i fumetti, ma tra i fumetti e il resto del mondo (quindi anche tra me e il resto del mondo).

Ma le palle piene, sono palle piene e i neuroni è bello vederli giocare.