Va bene che il "nomadismo" concede qualche libertà, a volte, e può dare la possibilità di cambiare forma, provare nuove strade e trovare nuovo pubblico, però è possibile anche che porti a perdere il pubblico raggiunto, non permetta l'evoluzione delle strade già battute e costringa a certe prigionìe.
I fumetti, a parte la loro evoluzione plurimillenaria non ufficializzata, si sono imposti come "media di massa" sui quotidiani in formato di striscia e di tavola poi sono diventati comic-book inaugurando la via delle storie brevi e poi ancora graphic-novel avviando "commercialmente" la già avviata strada della storia lunga in modalità romanzo.
Questo a cosa ha portato?
Insomma, nel tempo i fumetti hanno cambiato non solo forma ma anche dimensioni: le strisce, le gigantesche tavole autoconclusive, i libri "da libreria" che cercano di stare sulle mensole delle librerie, ecc...
Se questo, da un lato, ci ha mostrato molte possibiltà del linguaggio, dall'altro ci mostra ogni giorno come tutto questo sia difficilmente trasformabile in mercato.
Il mercato è importante, fondamentale e fondativo, perché i fumetti non sono quadri o opere d'arte in genere che godono della loro nicchia di collezionisti con-i-soldi, il fumetto è una roba che si vende alla gente, come tutto quello che è uscito vivo dall'era delle comunciazioni di massa.
I fumetti, che non stanno più sui quotidiani da un pezzo, che non vengono più prodotti né in strisce né in tavole, ora si vendono in volumi. Le poche cose che non sono romanzi-grafici si vendono comunque in volumi. Non ci sono alternative. Ora il fumetto in Italia usa come casa la liberia. Ma la libreria non è la sua casa, è la casa della letteratura, in forma di libri di piccolo formato, perché le parole non hanno bisogno di essere stampate in grande.
L'editoria fumettistica sforna opere tipografiche variegate, semplici o innovative, a volte straordinarie, con formati semplici o assurdi, con finture da virtuosi della tipografia, volumetti che sviluppano le strade del miniaturismo medioevale da un lato e della cartellonistica di propaganda novecentesca dall'altro, con tutta la gamma di mirabilie compresa nel mezzo, però in libreria non funzionano, perché le mensoline delle librerie contengo i libri letterari, spesso semplici supporti per fiumi di parole, e lì sta il bello della letteratura, che può davvero permettersi di cambiare fogliatura e formato senza che ne sia intaccata la sostanza.
Il settore fumetti, in libreria, è sempre un'oscenità per gli occhi, con quelle esposizioni sgraziate di materiale eterogeneo: grandi volumi sdraiati accanto a fieri librettini verticali, costine imponenti, cubitali, con titoli arroganti e autoritari o fascicoli senza costine che si disperdono in una battaglia formale che non possono vincere, volumi con scritte gentili o con vesti grafiche che fagocitano magicamente i caratteri testuali più disparati, serie rigorosamente incompiute di volumi quasi uguali e migliaia di volumi unici che combattono tra loro in una royal-rumble contemporanea che farebbe demordere il più agguerrito archeologo del cetaceo. Simili nefandezze si vedono solo, qualche volta, nel settore fotografia, in quello artistico genericamente (che anche quello è sempre osceno ma per altri motivi) ma perfino il settore bambini è paradossalmente più comprensibile!
Il nomadismo, voglio dire, è una brutta bestia. In prospettiva. Indietro e avanti.
Ora è tutto così scoordinato ma quando le graphic-novel non saranno più il piccolo-medio-piccolo fenomeno che sono ora e la "forma" dei fumetti cambierà ancora, tutto il pubblicato non sarà più perpetuabile, così come è successo a tutte le storie brevi dei nostri anni settanta o a tutte le tavole singole degli anni cinquanta o a tutte le strisce sparse quà e là per le dimensioni del tempo.
Qua non si tratta di andare in cappella Contarelli a Roma a vedere le storie di Matteo di master Caravaggio, si tratta di limiti tecnici inesorabili di un linguaggio o una disciplina nomade che non ha ancora trovato il modo di essere astrattamente eterna!









