UN'OPERA SENZA FINEWatchmen si è concluso senza finale.
Il libro, o la serie, quella volta si è certamente conclusa, definitivamente.
Non è più stata toccata. Non sono uscite altre pagine. Non sono apparsi altri dialoghi. Nessun altro disegno ha portato avanti lo svolgersi di Watchmen.
Si può dire che l’opera sia oggettivamente conclusa. Eppure non c’è stato nessun finale.
Non abbiamo mai letto né mai leggeremo la “fine” della storia, non perché Alan Moore non sappia confezionare una storia che inizi, si svolga e si concluda ma perché quel libro è una supposizione, un ragionamento, uno svolgimento parallelo di un brano di storia umana. Fino all’ultima pagina si legge una storia e si conoscono “personaggi”, ci si immedesima e ci si affeziona, si comprendono meccanismi e si prendono posizioni. Proprio fino all’ultima pagina, dove ci si aspetta di trovare la fine e si incontra solo una porta aperta, verso l’inizio e verso l’esterno.
D’altra parte non si potrebbe parlare per venti anni di qualcosa che è veramente già terminato.
Si è osservato molto il particolare utilizzo “narrativo” della confezione del libro e del fatto che ogni copertina costituisce una parte fondante del capitolo che rap-presenta; si è compresa l’importanza della copertina dell’intero volume, così astratta rispetto a ciò che si trova tra le pagine interne ma anche rispetto a ciò che si trova nelle copertine delle opere contemporanee a Watchmen.
Quel giallo così fermo e quello schizzo rosso immobilizzato nel movimento come se se ne fosse congelato il tempo ricorda ogni volta tutto il contenuto del libro, poiché quel particolare è rima visiva di tutta la vicenda, in cui capeggia come marchio tipografico lo “smile” che decora tante spille di tutto il mondo, tanti quaderni pieni di schizzi abbozzati senza attenzione, tanti graffiti e molte altre cose in ordine sparso.

Quel particolare è anche l’inizio del libro, che si avvia a partire da uno zoom all’indietro, dallo schizzo rosso all’intera spilla, al sangue, al marciapiede, ai palazzi, alla città, alla storia. Da lì partiamo come lettori, allontanandoci da quel giallo fermo e immergendoci in un tumulto di imput in perpetuo movimento.
Nell’ultima tavola uno zoom contrario a quello iniziale ci porta dalla maglia di un ragazzo inconsapevolmente fondamentale, allo smile con lo schizzo rosso stampato sulla sua maglia fino al particolare istoriato nella copertina. Si torna indietro.
Ma non per ripercorrere la vicenda a ritroso, non per ricongiungersi con l’inizio. Non per chiudere il cerchio che era stato aperto bensì per tornare fuori, nella vita “reale” con una esperienza in più, incastonata per sempre all’interno di quel cerchietto giallo che rappresenta la faccia umana nella sua versione più essenziale.
Alan Moore e Dave Gibbons hanno preso un simbolo, hanno allentato le viti, tolto il coperchio, inserito qualche contenuto nuovo per poi richiuderlo con cura e rimetterlo dove era stato trovato.
Hanno solo aggiunto qualche significato ad un significante quasi insignificante.
Sono stati molto discreti, dopo tutto.
Avrebbero potuto usare quel simbolo in molti modi, cambiarlo a scopo narrativo, spezzarlo o farlo calpestare. Avrebbero potuto scriverci sopra qualcosa o aggiungere particolari, disturbando senza motivo.
Avrebbero potuto rovinare quell’immagine così universale. Invece hanno semplicemente deciso di sporcarla con una goccia rossa lasciandoci la possibilità di lavarla e farla tornare come la conoscevamo noi. Ma proprio noi siamo cambiati.
È deviato il nostro sguardo. Sappiamo cose diverse, abbiamo goduto di immagini ricchissime e intrecci raffinati, siamo stati intrattenuti con l’inganno, pensando solo di leggere un libro, non di cambiare una concezione.
Abbiamo usato quel volume, lo abbiamo esaurito, ma l’esperienza non è ancora finita, ne stiamo ancora parlando. Ci pensiamo, lo riprendiamo in mano, lo rileggiamo pensando di poterlo “finire” ma ormai siamo emancipati da quell’oggetto.
-Ho fatto la cosa giusta, vero?
Alla fine tutto ha funzionato.
-Alla fine?
Adrian, nulla finisce. Nulla ha mai fine.
Il Dottor Manhattan è l’unica creatura capace di dire questa cosa, poiché ormai estraneo ai limiti che l’uomo porta con sé, pur senza essere diventato un dio. Sarebbe stato quasi logico pensare che quell’uomo blu senza cuore potesse essere l’elemento morale del libro con la virtù dell’imparzialità, con la facoltà di giudicare, oltre che di osservare “dall’esterno”, che potesse essere quell’elemento atto a dare ordine a storie e relazioni eppure il Dottor Manhattan, uscendo dal “circuito” umano ha superato non solo i limiti fisici ma anche quelli sociali, morali e spirituali.
La sola possibilità è scegliere uno dei posti disponibili all’interno dei processi umani senza pensare di uscirne se non perdendo dogmaticamente la possibilità di farne parte.
Dopo la prima lettura diventiamo spettatori dell’esperienza già fatta e se rileggiamo facciamo ancora i conti con noi stessi, per questo lo teniamo nella nostra libreria, perché fa parte di noi, come libro e come simbolo.
Non si creda che questi primi venti anni di studi abbiano risolto il problema. Magari se ne riparla fra 30 anni. Forse saremo vicini alla fine, ma non credo.
Perché la fine non è alla fine.
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Questa qua sopra, invece, è la copertina di
Watchmen - 20 anni dopo, il volume di studi, a cura di
SmokyMan, uscito in occasione del ventennale.
Lavieri Editore. Non è male, tra testi scritti e apporti grafici può essere molto interessante, se interessa l'opera scritta da
Alan Moore.
Il dipinto in copertina è di
Gabriele Dell'Otto, e prende le mosse da un disegno di
Dave Gibbons, il disegnatore di Watchmen.
A Presto!